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Dentro la partitura per trovare il senso profondo dell’emozione musicale.

Alfred Brendel è un maestro esigente. Lo si è capito fin da subito venerdì, quando è arrivato con largo anticipo per provare i pianoforti del Conservatorio Monteverdi di Bolzano. Con pazienza si è messo a cercare il suono giusto insieme agli accordatori. Ha accennato qualche celebre tema, un paio di scale su e già per la tastiera. Poi si è fermato ed è scomparso dietro al palco. È ricomparso questa volta in compagnia di Antonii Baryschevskyi, Anna Bulkina, Tatiana Chernichka, finalisti del 58° Concorso Busoni. Uno ad uno, i tre giovani pianisti slavi hanno avuto l’onore di andare a lezione da un maestro d’eccezione, per migliorare, cogliere nuove sfumature dei loro cavalli di battaglia. Perché la musica non è certo solo una questione di note. Quelle, bene o male, ci sono sempre. Brendel era lì per aiutare a scoprire il non detto della partitura, guidare gli esecutori e il numeroso pubblico in sala verso un al di là spesso difficile da trovare nelle fitte trame pensate dai compositori. In programma capolavori del repertorio pianistico classico-romantico tedesco: gli Studi Sinfonici di Schumann, la Sonata op. 26 di Beethoven e infine la Sonata n. 52 di Haydn. Proprio i brani che in mattinata il grande pianista aveva “ripassato” per testare gli strumenti. A volte in disparte a bordo palco, altre volte seduto al pianoforte, Brendel seguiva la musica concentrato, occhio fisso sullo spartito, ma orecchio pronto a catturare il suono. Saper e sapersi ascoltare è uno dei preziosi consigli scaturiti dalla Masterclass bolzanina. Come ci ha mostrato il pianista, c’è sempre un ordine musicale da ritrovare e solo se si è consapevoli del proprio suono è possibile raggiungere ciò che il compositore aveva in mente, sentiva. Ragione e sentimento, per l’appunto. Perché si può essere anche precisissimi nel rispettare ogni minima dinamica o indicazione agogica, ma resta fondamentale il canto. Senza di quello, si rischia di sconfinare in gesti meccanici, privando l’ascoltatore di un’intima emozione. Ogni volta che Brendel vuole far capire un’intenzione musicale, quindi, canta, con la sua voce subito si capisce il senso da cercare sui tasti bianchi e neri del gran coda. Maestro esigente, ma dotato di un inconfondibile humor inglese, pronto a mitigare l’eccessiva irruenza di una delle allieve: «No, questa è musica tedesca, non Rachmaninov!». Lezione unica per i musicisti e gli spettatori di ogni nazionalità, stregati dal rigore intellettuale sempre unito alla passione più profonda. Tutti intenti a «scoprire quella sublime semplicità» che nelle mani di Brendel è in grado, incredibilmente, di fermare il tempo.

Marco Cosci

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